lunedì 2 novembre 2009

Un racconto

Prima che finisca l’attuale passaggio in questo mondo mi piacerebbe scrivere un libro. Molto probabilmente non sarà pubblicato, magari letto da qualche amico. Quel giorno in cui questo libro prenderà corpo credo conterrà questo breve estratto. L’ho scritto 4 5 anni fa. Inoltre specifico che se tutto o solamente una parte di questo spezzone di vita sia realmente successa non ha importanza. Consideratela narrativa, fate come volete. Mentre leggete magari pensate di aver trovato queste note abbandonate in un taccuino per strada. Non lo state leggendo per caso, ma se non vi piace lascerete quel taccuino dimenticato da tutti e tutto in quella strada deserta.

Le cose hanno sempre una piega un po’ strana, scolorita. Come se la realtà ti volesse sfottere un po’. […] Il giorno prima si scherzava in chat: dicevo che io non ci sarei andato sicuramente a ballare perché non ci sarebbe stata molta gente. Lei si imputava dolcemente dicendo che la gente ci sarebbe stata. Poi altre cazzate varie. Insomma forse lei era un po’ troppo simpatica: beh ecco non so. Il mio cervello depresso magari voleva pensare a qualcosa. Più che pensare forse inventare. Dai su voleva fare due parole! Ancora non so. So solo che alla fine a ballare ci sono andato pure io.

No, non per lei.

Ero in mezzo alla pista. Ballavo. La musica mi cullava e anche se gli occhi erano aperti erano comunque su OFF. Mi giro e la vedo che ballava con le sue amiche. A dire la verità ci eravamo già incontrati poco prima ma giusto un saluto veloce con la mano, senza neanche sorridere né prestare attenzione. Mentre ora, in pista la osservo attentamente, stando comunque concentrato a non farmi vedere. Mentre la guardo noto che i capelli hanno un altro colore. O almeno credo. La vista un po’ appannata dall'alcool. Era da tempo che non la guardavo per qualche istante in questa maniera. Poi distolgo lo sguardo per non rischiare ulteriormente.

Dopo poco mi sposto un po’ e vedo i suo amici. I tipi del suo gruppo che passano vicino e si dirigono verso le loro amiche; erano due o tre … o quattro, neanche mi ricordo bene. Mi guardano un po’ storto cm sempre: forse mesi e mesi prima mi ero messo di traverso a qualcuno di loro. Qualcuno invidioso di me? Da ridere. E della ragazza con cui esco. Uscivo.

I minuti passano ancora. Mi rigiro, sono curioso. Sta ballando con un suo amico, niente di che, tuttavia intravedo qualcosa di più. Un’affinità più ricercata. In fondo anche io sto ballando con le mie amiche ma c’è distanza tra noi. Distanza non fisica. E invece poco più là non è così. Insisto a dare qualche sguardata: sembra quasi che le loro mani si cercano. Non so perché ma non volevo guardare. Alla fine di lei non me n’era mai fregato molto. Coglione. Forse la conversazione del giorno prima o forse la serata figlia di una giornata storta e del gomito alzato. So solo che un po’ mi dispiaceva.

Il mio amico fa "Vado in bagno. Ci vediamo fra poco.". Lo guardo: "Vengo pure io. Aspetta.". Andiamo in bagno e aspetto qualche secondo di fuori. Voglio vedere per bene quante gente ci sia. Mi guardo un po’ attorno: vedo gente conosciuta, facce note che magari incrocio tutti i giorni per i corridoi della scuola. Mi soffermo su un ragazzo di questi, mi sta guardando. Lo saluto per simpatia, per la serie “Lo conosci? Di vista” e lui mi fa un cenno con la testa e mi mostra i 33 denti (se poi alla fine erano 30 o 31; erano tanti). Mi da una pacca sul costato. Strano: di solito è sulla spalla oppure si porge la mano. Invece no. Lui me la da sul costato. E forte, parecchio forte. Per un attimo il braccio va a coprire la parte addolorata poi niente, lo riguardo: mi accorgo che è molto sudato. Anche lui figlio di una bottiglia alcolica tenuta in mano per troppo tempo. In fondo chi lo sa in verità: magari avrà solo ballato per molto. So solo che il dolore se ne andato e con lui anche Francesco. Ecco il nome. Si si proprio lui dell’altra sezione. Ok, ma non fa niente, non mi serve a niente.

Cerco con lo sguardo il mio amico: è dentro, in fondo al corridoio del bagno. La luce dei faretti puntata in faccia mi da piuttosto fastidio. Mi siedo in un muretto lì fuori. In quel momento ricordo del pacchetto di sigarette nella tasca dietro dei jeans. Le diana della mia amica. Sfilo il pacchetto per non schiacciarlo e lo guardo. C'è scritto: NON INIZIARE A FUMARE. PORTA ALLA DIPENDENZA. Le parole non saranno di sicuro identiche ma il messaggio si. E qui rientra in gioco il cervello. Chissà se vuole sfidare il destino, il futuro, non lo so con chi ce l'abbia ma alla fine una sigaretta me la fumerei volentieri. La mia amichetta tanto non avrà niente da ridire, è fin troppo gentile. Dentro c'è anche da accendere: tanto meglio. Non è il caso di mettersi a chiedere un accendino. Non sono in vena di parlare a vanvera con gente più o meno sana. La accendo. Non si è accesa completamente, ma metto via lo stesso l'accendino. Il cervello dice che ce la puoi fare, che ce la posso fare. E così faccio qualche tiro con rabbia e si accende del tutto. Penso: “ma la gente chissà cosa fuma, che ci prova di tanto speciale???”. Altra domanda, stessa risposta: “non lo so”. E non me ne frega. So solo che alla salute ci tengo e non voglio fumare. Non voglio fumare di routine, ma questa ci voleva e la fumo. Non può certo cambiare la salute di una vita una sigaretta.

Raggiungo il mio amico: sta facendo pipì e intanto parla con un suo compagno di classe di un paese qua vicino. Ma questo mi sta sulle palle, faccia da gasato. Non avrà mai a che fare con me. Il mio amico mi guarda e sorride: sa che non fumo. L'altro se ne va, forse rendendosi conto di essere di troppo. Dico: "Tienimela dai … E fai un tiro". Intanto io mi avvicino a quella cosa non so come si chiama, attaccata al muro, si capisce dai. Centro l'obiettivo, giro la testa e nel bagno non c'è più nessuno: solo io e il mio amico, che strano. Due secondi prima minimo sette o otto persone ed ora zero, perfetto! Così parlo e dico quello che mi pare senza fare troppa attenzione alle parole ed eventuali conseguenze. Il mio amico fissa la sigaretta sapendo che non ha mai fatto un tiro. Gli dico: "Dai … che ti frega". Risponde: "No non c'ho voglia". Classica risposta. Almeno per lui e per i nostri 13 anni di amicizia. Porgo la mano per fammela passare. La prendo. Rido ancora un attimo ma mi deconcentro e la sigaretta se ne va, cade a terra. Il pavimento sudicio. Il mio amico: "Dai prendila, no?". Rido sonoramente e gli do una pacca, ma non sul costato sulla spalla; senza far male. - avevo ancora il ricordo di prima – Se la ride anche lui. Torniamo nella sala principale, torniamo in pista. Qui l'altro amico che ci aspetta: ancora qualche salto.

La cerco con lo sguardo, ma non c'è più. Guardo l'orologio. Le due e trenta. Ancora non se ne sarà andata. Ancora qualche minuto buffo a ballare poi stop. Andiamo a fare un giro, qualche cazzata si dice, una si fa con l'altro amico. Ma non è importante, magari anche di cattivo gusto per la vittima.

Incontro un amico e ci vado a parlare un po’. È qualche mese che passiamo i sabato pomeriggi insieme: mi fa strano non andargli a parlare. Qualche parola e altre cazzate. Poi lo saluto: "Oi ci sentiamo. Ciao!".

Andiamo un attimo di sopra a vedere le nostre amiche, chissà se si stanno divertendo. “Ricominciamo” di Pappalardo urla nella saletta. Ce ne andiamo subito: loro si divertono, noi no! Un bel divanone vuoto. Una visione troppo invitante per non sederci! Ma passiamo da sopra, bisogna saltarci sopra sennò è troppo distante. Un passo lungo un po’ “saltellato” ed eccomi seduto. Ma mentre mi siedo lo sguardo si volta magari per prevedere chi riderà ad un eventuale errore, una scivolata magari. Ma di loschi pronti a ridere nessuno.

Ora eccola. La intravedo. È abbracciata al ragazzo di prima, il suo amico. Ridono. Si baciano.

Un leggero sconforto mi assale, ma è normale. È tutto normale, non bisogna farci caso. Le possibilità vanno sfruttate quando le si hanno a portata di mano, non vanno sicuramente rimpiante quando le si hanno buttate via. No questo ragionamento non fa una piega. Ma il mio cervello si.

4 commenti:

Betta ha detto...

ohi!..
essendo di parola (e forse anche x rimediare al fatto che "nn commento mai!") ti mando un msg...almeno nn piangi! :P
l'intervento sul blog..beh..situazione vissuta..stretta di stomaco solo a rileggere qlks che la ricorda..certe volte preferirei nn ricordare..staccare tt e ricominciare da zero..zero pensieri, zero preoccupazioni, zero tt..si può?? nn credo.. io nn riesco nemmeno a convincermene, figuriamoci a riuscirci...è che..certe volte è cm se mancasse l'aria..e magari in una serata così, cn qll sigaretta che ti fumi, speri di riuscire a buttare fuori tt, insieme a quel fumo denso e grigio che cn te nn c'entra proprio niente..
E quindi..niente..ho scritto di getto..qll che m'è venuto in mente dp averlo riletto..
spero che nn ti sia addormentato dp i 2 punti iniziali..! anche perchè se così fosse, nn scrivo + niente! ;P
ora vado..buona serata!!
a presto..
..Betta!

Giulia Tole ha detto...

Non l'ho letto per caso, hai ragione...
Comunque vorrei essere tra quelli che,pubblicato o no,questo libro lo leggeranno,
Giulia =)

Fabri ha detto...

@Betta: grazie del commento "volontario" :P

@Giulia Tole: vedremo cosa si potrà fare! grazie del commento..baci

Marty ha detto...

Fabry...
ke dire... bello spezzone di vita reale.
Intenso, scritto molto bene.
Secondo me il libro lo devi scrivere e io voglio essere tra quelle poche persone fortunate ke lo leggeranno!!
Scommetto ke se lo pubblichi sarà un successone!! (altro ke Moccia!! :-P)
A presto!!
Baci baci
>Marty<

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