martedì 7 agosto 2012

Cara Andre [1]


Cara Andre,

come stai?

Scusa se questa domanda buttata lì all’inizio di una lettera ha tutta l’aria di essere una stronzata. Ma tu, per fortuna, sai che non è così.

Ho delle domande per te. Una su tutte: li conosci quei giorni in cui non vuoi vivere?
Ti prego, sforzati di comprendere. Non dico di volere morire, per carità. Non oserei mai dire una cosa così. Io intendo quegli stati d’animo effimeri dove non ci capisci nulla nemmeno tu, ma provi una sensazione di volerti riaddormentare anche se è mattino. Invece di alzarti e guardare dalla finestra sorridendo, ti mureresti in camera pur di non aprire la porta e uscire. Non riesci a decifrare bene le cose, eppure l’unica cosa che sai per certo è quella di stare fermo, di non affrontare niente e nessuno. Di mandare a quel paese la giornata appena iniziata e annullarti sotto le lenzuola.

Magari da bambino, non ero il solo a credere che se mi fossi tirato le coperte fin sopra la testa, per quegli istanti allora sarei diventato realmente invisibile. Illudendomi che, in questo modo, il mondo intero si sarebbe dimenticato di me, lasciandomi in limbo di pace.



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